La parola si fa urlo, la mano scaglia il posacenere di cristallo contro il muro.
Ma può avvenire anche nel più muto silenzio, senza appariscenze. Tuttavia urlata o taciuta, espressa o soffocata, è sempre visibile, almeno per l’osservatore sensibile.
Nasce e se non muore subito cresce, monta, ingigantisce. A quel punto è quasi impossibile che l’ira non prenda veste pubblica e non sfoci su chi sta intorno.
Non a caso chi mette in guardia dagli scatti d’ira lo fa soprattutto per le conseguenze. “Le conseguenze dell’ira sono spesso molto più gravi delle sue cause” (MarcoAurelio)
L’ira rende ciechi, si dice comunemente, e Dante avvolge nel fumo gli irosi che colloca sia all’Inferno che in Purgatorio.
Non è facile vedere in tanta nebbia e l’ombra può diventare granitica montagna.
Chi sono gli irosi?
Intanto quelle persone con una scarsa o nulla sopportazione. Sono quelli che si disturbano per le inezie, quelli a cui tutto deve scorrere perfettamente secondo il personale modo di vedere e sentire, quelli che per un sorpasso in coda perdono il lume della ragione, quelli che troppo spesso vedono e amplificano il negativo delle altre persone e cose.
In colui che si adira c’è sempre nascosto un pensiero di superiorità: qualcosa MI ha offeso e va punito!
E dietro quella mano che scaglia il posacenere ci sono tanti passaggi che avvengono nella testa.
Ma c’è anche una collera silente, quella senza scoppio, quella che non applicando l’energia nei frutti si fortifica nelle radici.
Non si può o non si vuole urlare contro il capufficio, non si può lanciargli il famigerato posacenere per spaccargli la testa, si inghiotte a denti stretti. Che resta da fare se non odiarlo? Un po’ alla volta giorno dopo giorno.
Che brutta parola l’odio.
Così brutta che persino in letteratura ha scarsa rilevanza. Romeo e Giulietta, la cui rivalità tra famiglie è l’odio, continua a rimanere un testo d’amore.
Una spiegazione si trova forse nel fatto che l’odio è fastidioso e che si cerca di scartarlo da pensieri e discorsi. In effetti nel giudicare si preferisce tuttalpiù partire dal positivo traendo da questo quello negativo. E’ ben più facile dire non ti amo che ti odio.
Chi odia normalmente allontana o si allontana dalla persona che odia. Ma ci sono casi opposti, quelli di un odio che non vuole distruggere l’oggetto ma ne ha addirittura bisogno. Ne è un grande esempio l’odio di Salieri verso Mozart - almeno nell’interpretazione voluta da Forman nel film Amadeus - che non si spegne neppure con la morte del rivale e che porterà l’odiante in manicomio, dove continuerà a parlare sempre e solo dell’odiato.
Viene da pensare a un odio mescolato d’amore che diventa spesso un’ossessione, nutrito parlandone e scrivendone. Come se contenesse ancora un pezzo d’amore ma con l’aggiunta del bisogno-desiderio di distruggere quest’oggetto.
E se provassimo a sorridere di più e ad arrabbiarci di meno?
Certo un sorriso non ha mai fermato la bomba lanciata che continuerà la sua traiettoria fino a colpire il bersaglio, così come non fermerà la persona già eccitata, urlante, travolta e travolgente d'ira...
Un sorriso che va innestato prima della bomba, dell'ira, dell'apocalisse.
Va innestato come atteggiamento, come modo di vivere, come capacità di affrontare le cose prima che i sentimenti e le emozioni sfuggano al controllo e ci trascinino, persino contro la nostra volontà.
Ovviamente non è sempre facile sorridere...
Ma esiste anche un sorriso metaforico, che non è stereotipato e parte da dentro, liberatorio dalle ossessioni che limitano la nostra intelligenza e riducono la capacità di porsi all'esterno.
Sappiamo come si possa vivere di rancori, di vendetta per anni: un cancro che mangia le forze migliori.
Ecco, un sorriso può aiutare a impiegarle al meglio e forse riusciremmo più frequentemente a dire come Verlaine “Ma no, no, Perché odiare? E’ solo caduta una foglia morta”
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 19/05/2008 00:03 | Link | commenti (20)
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