Chirieleison, in basso al centro, circondata da alcuni dei suoi affezionati bloggher (vediamo chi si riconosce)
Venghino siori, venghino.
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Chirieleison, in basso al centro, circondata da alcuni dei suoi affezionati bloggher (vediamo chi si riconosce)
Venghino siori, venghino.

Che genio e follia vanno a braccetto da sempre, amoreggiando o lottandosi, l'una nutrendosi dell'altra, è ben noto, perchè l'artista e il folle hanno il meglio in comune, cioè l'attitudine allo sbilanciamento, a uno sguardo irregolare e "altro" rispetto a quello comune, a un diverso e improprio, e dunque originale, contatto con le cose.
Certo c'è follia e follia, e da sola questa non basta a produrre arte, se no Basaglia per primo, anzichè aprire le porte dei manicomi con tutti i rischi del caso, li avrebbe semplicemente convertiti in Accademie delle Belle Arti.Van Gogh era folle ma era anche un grandissimo artista, come Nietzsche o Dino Campana, e la maggior parte dei malati mentali pur traendo vantaggi terapeutici dalla pittura non manda i suoi quadri alla Biennale di Venezia. Sin qui tutto ovvio. Ma se fosse l'arte a renderci più sani? E se fosse il suo ammanco la perdita dell'aura, come la chiamava Walter Benjamin, a condannarci allo stato animale di creature ottuse e smarrite?
Da questa situazione muove Riccardo Romano, psicoanalista didatta della Spi, Società psicoanalitica italiana e direttore della rivista Pubblic'azione. La sua opinione è audace e interessante. La fine dell'arte - che a suo avviso è un fatto - produce un aumento di follia generalizzata. Ma attenzione, si tratta di follia banale, cioè brutta e ottusa, senza passioni o mitici furori. E basti pensare ai folli che uccidono i vicini, figli che uccidono genitori o viceversa, cioè folli quasi per caso, folli accidentali, imprevedibili, folli senza Follia.
Questo crescendo di follia, secondo Romano, è strettamente correlato alla perdita di valore e funzione dell'arte, che oggi non riesce più a educare e sensibilizzare la società perchè ha perduto non solo la spinta creativa ma la stessa capacità di proporre una nuova "pensabilità" del mondo. Insomma ha rinunciato alla sua potenza trasformativa, al suo potere straordinario di sublimare e ricomporre i meri dati sensoriali in pensiero.
Viviamo in un mondo dominato dalla tecnica, dove la stessa arte, quando sopravvive, è spesso funzionale alla tecnica. Non è un caso, dice Romano, che la forma artistica esemplare di questo processo sia la pubblicità, che a differenza dell'arte pura è fortemente mirata a un obiettivo, condizionata e condizionante, e soprattutto, legata al mercato.
Che fare per non soccombere? Intanto chiedercelo, che non è poco.

