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Esegeta del dubbio e dell'ovvietĂ ,cazzara mistica, paladina delle cause perse, perditempo a tempo pieno, esperta di giri a vuoto e percorsi mentali senza via d'uscita.


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27/09/2007

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La Repubblica         SPETTACOLI & CULTURA
cartelloni pubblicitari
la foto di una ragazza anoressica
È l'ultima provocazione del fotografo milanese. Apprezzamenti e critiche
Campagna choc contro l'anoressia
Oliviero Toscani torna a far discutere
Armani: "Scelta giusta, vorrei poter conoscere questa ragazza".
 
ROMA - L'anoressia ha gli occhi e il corpo nudo di Isabelle Caro: 31 chili di ossa, che da questa mattina campeggiano sui manifesti delle più grandi città italiane. Una sola foto, drammatica e controversa com'è nella storia dell'autore: Oliviero Toscani. E nella settimana della moda di Milano non poteva non far discutere "No anoressia", la nuova campagna Nolita realizzata dal fotografo milanese per il gruppo Flash&Partners. Una provocazione, ma soprattutto un allarme su una tragedia del nostro tempo. Ancora più sconvolgente perché a interrogarsi sul problema è il mondo delle passerelle, accusato da tempo di diffondere falsi miti di bellezza.

La campagna. Non lascia spazio a interpretazioni la foto di Isabelle Caro. È lei la ragazza anoressica protagonista della campagna pubblicitaria di Nolita, il fashion brand del gruppo Flash&Partners. La modella francese ha accettato di esporsi nuda allo scatto di Oliviero Toscani per mostrare a tutti la realtà di una malattia che insieme alla bulimia, vede coinvolte oltre due milioni di persone in Italia. "Mi sono nascosta e coperta per troppo tempo - afferma Isabelle - adesso voglio mostrarmi senza paura, anche se so che il mio corpo ripugna". Una malattia lunga 15 anni, che l'ha ridotta a pesare 31 chili: "Le sofferenze fisiche e psicologiche che ho subito hanno un senso solo se possono essere d'aiuto - spiega la ragazza francese - a chi è caduto nella trappola da cui io sto cercando di uscire".


Non è nuovo alle polemiche Oliviero Toscani, che spiega: "Io ho fatto come sempre un lavoro da reporter: ho testimoniato il mio tempo. Sono anni che mi interesso al problema dell'anoressia. Un tema tabù per la moda. Come l'Aids ai tempi . Adesso l'argomento tabù è l'anoressia". Quanto alle responsabilità, continua il fotografo milanese, il discorso è più complesso: "Io non credo che la moda abbia grandi responsabilità nel problema dell'anoressia, - conclude Toscani - è una cosa molto più ampia che riguarda tutti i media e in particolare la televisione, che propone alle ragazze modelli di successo assurdi ".

Le reazioni. Apprezzamenti ma anche dissensi. La campagna di Nolita divide, com'è nello stile di Toscani. Sostegno arriva dal ministro della Salute, Livia Turco. "Apprezzo sinceramente sia i contenuti che le modalità di realizzazione. Un'iniziativa come questa è uno strumento da prendere in assoluta considerazione". Reazioni anche dalle passerelle milanesi, dove è in corso la settimana della Moda. "Credo che queste campagne con immagini così dure e crude siano giuste, opportune". A pensarla così è Giorgio Armani che esprime anche un desiderio: "Vorrei poter conoscere questa persona per capire i motivi che l'hanno portata all'anoressia". Dello stesso avviso anche i due stilisti Dolce e Gabbana che dicono: "Finalmente qualcuno dice la verità sull'anoressia, cioè non è un problema della moda, ma un problema psichiatrico".

Critiche arrivano dall'Aba, l'Associazione per lo studio e la ricerca sull'anoressia, la bulimia e l'obesità. Secondo Fabiola De Clerq, presidente dell'associazione: "L'utilizzo di questa immagine è suscettibile di indurre fenomeni di emulazione e non aiuta certo i diretti interessati né le loro famiglie". Insomma, si accendono riflettori, che si spegneranno: "Poi le ragazze e i genitori si vedono sbattere in faccia le porte degli ospedali".

(24 settembre 2007)

 
 
 
 
Non volevo scrivere nulla perché non mi piace indossare la veste di fustigatrice di costumi – ce ne sono già in abbondanza a triturare quelli che eufemisticamente chiamiamo “maroni” –  e non  mi piace amplificare al quadrato il gioco pubblicitario, ma il dibattito prosegue e a questo punto vorrei davvero capire se sono un soggetto dall’indignazione esagerata facile o se c’è qualcun altro che la pensa come me. E dunque ne parlo.
E’ corretto e rispettoso per la ragazza e per tutte le malate di anoressia che si strumentalizzi un corpo e la malattia ad uso promozionale? E che dire del fatto che si promuove per giunta un marchio di abbigliamento, laddove è spesso il diktat della moda con le sue taglie minime a innescare il disagio che porta alla malattia?
L’autore e i suoi sostenitori la spacciano per una sorta di pubblicità progresso. Serve a far riflettere, dicono.  
Chi? Mi chiedo.
E mi chiedo pure se con la sovraesposizione del fenomeno non rischiamo di produrre assuefazione ed emulazione, attenzione morbosa e spettacolarizzazione.
A questo punto visto che anche la pedofilia è un allarme gravissimo sul quale la riflessione è d’obbligo, dobbiamo aspettarci che Toscani prossimamente spalmi sui muri la foto di un uomo che violenta un bambino?
Qual è il limite allora? Ma c’è?
Tempo fa nella reclame di un marchio comparivano uomini e donne a simulare una (raffinata) scena di stupro. A difendere la foto, lo stilista disse che la scena era appunto ispirata alla realtà e chi si scandalizza vuole chiudere gli occhi.
Ma la pubblicità non è mai stata alleata dell’informazione, per sua natura. La cosiddetta pubblicità progresso non è pubblicità in senso stretto, perché non promuove un bene ma un’idea.
Dibattito non semplice, certo, tanto da tenere avvinti fior  di studiosi di estetica e sociologia. Ma qui non occorre  scomodarli. Il fatto è che per risvegliare l’attenzione e la cupidigia dei consumatori, ormai abituati a tutto e dunque spesso sonnolenti, pubblicitari e creativi fanno man bassa delle situazioni off limits, creando un archivio di luoghi comuni al contrario, fotografando ammucchiate da droga party e catalessi post ammucchiate.
Il tutto da vivere, però, rigorosamente firmato.
 
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 27/09/2007 23:58 | Link | commenti (49)
commenti (49)(popup) | categoria:il tarlo del verme
25/09/2007

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La vecchietta barcolla, si appoggia al muro, il sangue che cola dal braccio. Ma si riprende, prova a trascinarsi, è colpita solo di striscio.
Dunque la devi finire, un altro colpo alle gambe, uno alla schiena ed è fatta. Se arrivi pure a prendere quegli altri due che scappano la missione è OK.
Con questi fanno sei morti e hai ancora un sacco di colpi in canna.
Il ragazzino guarda i punti orgoglioso, ma non è il solo a divertirsi tanto perchè il videogame in questione, il Grand Theft Auto, velocemente detto GTA, è fra i più amati e praticati dai ragazzi di tutto il mondo. L'ultimo sequel che trasforma bambini normali che vanno bene a scuola e cercano le coccole di mamma e papà, in virtuali criminali assetati di sangue e di vendetta, si chiama San Andreas e si svolge a Los Angeles.
E' qui, in una città mirabilmente ricostruita nei suoi scenari oscuri e inquietanti, percorsa da una popolazione di tutte le razze, che si muove il protagonista Carl Johnson, amichevolmente CJ, ovvero l'alter ego del ragazzo che gioca.
All'insegna del dichiarato motto "Libertà e violenza", il nero Carl ha un solo obiettivo: ripristinare nei sobborghi la propria autorità compromessa da un volontario esilio di cinque anni. Per riconquistare il rispetto del quartiere deve però sottomettere le bande rivali e spadroneggiare a colpi di pistole, bombe, coltelli, inseguendo, organizzando, rubando auto e quant'altro, per realizzare le sue "missioni".
E non importa se per sbaglio uccide vecchiette e passanti in transito sulla sua traiettoria, o colpisce nella folla, il suo obiettivo è affermarsi come capo nel quartiere e spargere sangue a pioggia.
Le persone sono bersagli in movimento e ciò che premia è la velocità nel colpire, la strategia di lotta. Perchè è questo che produce rispetto, stima e autorità.
Insomma una ludica apologia della violenza urbana seduttivamente semplificata per bambini e ragazzi (ma anche adulti nascosti).
Questa è la simulazione della società che più li intriga, quella dei GTA, in commercio dal '97 in diverse versioni.
Ed è così che  giocano i nostri adolescenti. E ci giocano per ore, uccidendo per gioco con sommo svago e si meravigliano se dici loro che è un orrore.
Hanno pure ragione di meravigliarsi: non sono stati i genitori a comprargli questi giochini appassionanti?
 
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 25/09/2007 09:32 | Link | commenti (31)
commenti (31)(popup) | categoria:sanpietrini e sanculotti
20/09/2007

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Peccatori di serietà, chi più chi meno, lo siamo tutti.
E non soltanto ci prendiamo fortemente sul serio, ma difendiamo come valore inalienabile quella seriosità.
Ne parlavo con due amiche: non sarebbe meglio un tanto di umorismo almeno nel trattare noi stesse? Pensavo di essere più che appoggiata.
Macchè, pur essendo loro due donne che non mancano certo di umorismo, mi sono saltate in testa. La loro tesi tanto logica quanto pericolosa è molto netta: se non ti prendi tu sul serio non verrai presa sul serio neanche dagli altri, anzi penseranno che se non accordi serietà a te stessa tanto meno la accorderai a loro.
Prova a far carriera nel mondo universitario avendo un pizzico, ma proprio un pizzico, di scanzonatezza; prova a essere accettata in un ambiente borghese ironizzando sui sacri valori della famiglia, dell'economia, dell'ordine; prova a non sentirti padreterno quando dirigi una banca e vedi un po' in che considerazione ti terranno i sottoposti.
Sarà, ma la tesi è pericolosa perchè confonde il fare col prendersi. Un discorso è lavorare, pensare, persino giocare seriamente, un altro è prendere se stessi sul serio.
Le mie amiche parlavano di far carriera all'università, è vero bisogna essere seri al confine del ridicolo per piacere ai colleghi, ma per gli studenti? Chi sarà il docente che li condurrà al piacere dello studio? Quello tutto d'un pezzo che non accenna a un sorriso o a una battuta neppure sotto tortura o quello che si dimenticherà persino di se stesso per raccontare l'infelice amore di Catullo per Lesbia?

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A riprova di ciò, non ricordo di aver incontrato nessuna persona di grande valore che si prendesse sul serio.
Sono quelli che sanno di valere poco che hanno bisogno di riempirsi le tasche d'incenso. Sono quelli che arrivano alle alte sfere con mezzi diversi da quelli del merito che ricorrono al "lei non sa chi sono io". Sono soprattutto quelli che hanno paura, che non possono ridere.
Al di là della carriera e del teatro sociale, poi c'è la vita: quella "cosa" che ci accompagna dal mattino alla sera e che avrà gli occhi che noi le diamo. Cupi o ridenti, contratti o dilatati. Seri, preoccupati, morbidi, lucidi, allegri. In  quella "cosa" lì, sono sicura, vale la pena di prendersi poco sul serio. Possibilmente nulla. Anche perchè succede uno strano fenomeno a seriorizzarsi: alla fine si seriorizza tutto. E' serio il funerale, ma anche il battesimo. E' seria la riunione aziendale ma anche la cena con gli amici... Si comincia a vedere serio, si finisce con l'animo tragico.
Io continuo a pensare che non siamo nati per soffrire, fosse solo perchè nei dintorni può passare un bambino che vuole attraversare la vita a passo di danza, e sarebbe terribile legargli i piedi.

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pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 20/09/2007 20:17 | Link | commenti (27)
commenti (27)(popup) | categoria:formule magiche

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