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Utente: chirieleison
Esegeta del dubbio e dell'ovvietà,cazzara mistica, paladina delle cause perse, perditempo a tempo pieno, esperta di giri a vuoto e percorsi mentali senza via d'uscita.


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30/03/2008

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Pare che capiti a tutti, dai trentanni in su.
Incontri un vecchio compagno di scuola, quello dell'ultimo banco, sempre distratto e lavativo, che aveva quattro in tutte le materie, ma sapeva tutte quelle barzellette che ti faceva morire dal ridere, e lo ritrovi parlamentare, dirigente di qualcosa o professionista di successo.
Ma come, ti chiedi, lui che pareva mezzo scemo? E ti chiedi pure se il successo è espressione dell'intelligenza.
Certo può essere una componente, ma non è detto.
Basta accendere il computer o il televisore per renderci conto che esistono infiniti stuoli di idioti di successo (dove il successo significa status e soldi).
Per raggiungerlo infatti occorrono e bastano spesso qualità che hanno poco o nulla a che fare con l'intelligenza, ovvero la furbizia, la spregiudicatezza e la capacità di relazionare. Insomma occorre sapersi vendere, secondo la raffinata immagine da lessico aziendale.
Al contrario l'intelligenza profonda spesso si accompagna (stoltamente?) alla modestia e all'umiltà, e l'introspezione, che si accompagna spesso all'intelligenza, incrementa semmai la riservatezza e non la socialità. In sostanza, non meravigliatevi se le persone che più stimate non sono esattamente creature da salotto.
Al dunque, cos'è che oggi definiamo intelligenza, così almeno ci orientiamo e ci adeguiamo?
Secondo Howard Gardner, lo psicologo famoso nel mondo per aver elaborato ventanni fa un'analisi sull'intelligenza plurale che demolì il vecchio concetto del quoziente intellettivo e del genio misurabile come un fattore unitario, oggi è vincente l'intelligenza multipla che è composta da 5 grandi approcci cognitivi: disciplina, sintesi, creatività, rispetto ed etica.
Tutti insieme fanno il genio che vincerà domani.
C'è un grande passo avanti rispetto alle tre I (internet, inglese e informatica) che con qualche grossolana approssimazione sembravano ieri i capisaldi del successo: sono entrati in campo i valori.
Non è poco no?
Ma sul come si affinano questi must, bè... è un altro discorso.
 
 
 
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 30/03/2008 18:45 | Link | commenti (37)
commenti (37)(popup) | categoria:sanpietrini e sanculotti
27/03/2008

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Quando Emily Dickinson morì nel 1886 all'età di cinquantacinque anni, la maggior parte dei vicini non la vedeva da oltre venti anni.
Dopo essersi ritirata durante gli anni '60 nella propria camera nella casa di famiglia ad Amherst, solo i più stretti familiari ebbero modo di vederla. Persino quando vecchi amici andavano a farle visita, lei di solito non si faceva vedere, ma faceva loro consegnare un piccolo dono in ricordo di sè come un biglietto o un fiore. La gente del posto la chiamava la suora di Amherst e lei stessa si definiva "una monaca  ribelle".
Un tale comportamento allora, come oggi, era considerato piuttosto strano. Che fosse una vocazione o un'oscura forma di punizione, la sua vita claustrale diventò una specie di spettacolo locale. Era scomparsa così manifestamente alla vista altrui e si era rinchiusa con tanto ardore nella sua camera che la gente non potè fare a meno di speculare, prima e dopo la morte, sui motivi di quel comportamento. L'eccentricità deve essere definita; deve avere una causa e una ragione e, idealmente, uno scopo identificabile. Nella battaglia religiosa tra fede e peccato o nella guerra mondana tra il piano e il caso, la gente pensò che lei dovesse avere un piano. Il suo piano doveva essere quello di nascondersi o di cercare qualcosa.
Che si fosse ritirata in solitudine perchè non era bella, come pensò il fratello Austin, o perchè era rimasta ferita nei sentimenti amorosi, Emily Dickinson non si inserì nel mondo attraverso i canali convenzionali del matrimonio e dell'attivismo sociale che costituivano la vita di molte donne della sua generazione.
Rimase volutamente invisibile ma la restrizione dello spazio vitale non contrasse l'orizzonte della sua mente. La restrizione che impose a se stessa ebbe l'effetto di liberarla.

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Come i versi scarni e franti delle sue poesie, lei diede alla sua vita nascosta una voce peculiarmente intensa; era una vita che poteva essere piena solo nella libertà dagli eventi. Emily conosceva le proprie sottili alchimie e i suoi poteri interiori avevano bisogno di quell'isolamento. Si potrebbe affermare che la vita solitaria da lei cercata e le purificazioni che comportò furono un modo sia di corteggiare il pericolo sia un'evasione da esso.
Su un totale di 1700 poesie la Dickinson ne scrisse due esplicitamente dedicate al tema dell'evasione: una del "prima"  e una del "dopo". Entrambe rendono omaggio alla stessa parola "evasione" ma ne celebrano la necessità in modi diversi. A trent'anni scrisse:
 
Non sento mai la parola "Evasione"
senza che il sangue mi scorra più in fretta,
è un'improvvisa attesa
la propensione a spiccare il volo!
E ogni volta che sento di prigioni straniere
abbattute dai soldati,
strattono infantilmente le mie sbarre
solo per fallire ancora.
 
Nella seconda poesia, scritta quindici anni dopo, all'età di 45 anni, la poetessa è ancor più convinta del valore consolatorio di questa parola  e dell'ispirazione che deriva dalla consolazione:
 
Evasione è una parola così grata
che spesso nella notte
dentro di me la considero
senz'alcuno spettacolo alla vista.
Evasione è il Canestro
nel quale si raccoglie il cuore
quando giù da un orribile bastione
è caduto il resto della vita.
Non è scorgere il salvatore
ma essere salvata
e per questo appoggio il capo
su questa parola fidata.
E' come se in  entrambe le poesie la Dickinson riconoscesse che, quale che sia la realtà da cui dobbiamo evadere e quella verso cui riteniamo di poter evadere, la parola è una necessità ineluttabile.
E' una parola che ci eccita, una parola fidata che ci aiuta a riporre la nostra ambigua fiducia nelle parole.                   
 
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 27/03/2008 14:21 | Link | commenti (21)
commenti (21)(popup) | categoria:non di solo pane
24/03/2008

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La cosa bella di Internet è che cerchi una cosa e ne trovi un'altra.
Così per caso oggi ho appreso che il mestiere più antico del mondo è stato ampiamente rinnovato. Ci sono metodi di sana e robusta prostituzione molto più globali e avventurosi, oltre che più redditizi, di quelli tradizionali.
Da local-prostituta a global-geisha. Susan, che nel suo sito spiega e dispiega le sue qualità, segna la differenza. Lei non solo accoglie gli uomini nel suo grembo, così per dire, ma li accompagna ben oltre, in percorsi molto più impegnativi, rischiosi e raffinati. Quelli della conversazione, ad esempio.
Susan parla quattro lingue, almeno dice, si intende di cinema e di letteratura, sa stare in società e soprattutto ama viaggiare. Lei e le sue colleghe, solitamente laureate, fanno di speciale questo: accompagnano i clienti nei loro viaggi d'affari o diletto e il diletto può anche escludere il letto. Loro infatti offrono il piacere di stare insieme, il gusto della conversazione, la buona compagnia a teatro o al concerto, e se il cliente vuole fare sesso, ok, ma non è detto che sia la cosa più richiesta.

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E qui s'insinua il dubbio o la malinconia: è possibile che esistano uomini così soli da doversi cercare un'amica a pagamento per viaggire insieme? E' diventato così penoso, complicato, trovare qualcuno con cui si sta bene, che ride con te e ama i tuoi stessi piatti o registi? E quanto costa un'amica a pagamento?
Susan, che deve avere un'alta opinione di sè e un mega SuperIo, si offre a 6000 sterline al giorno, che sembrano parecchie, ma lei lo ammette: loro vanno con i super ricchi, loro sono geishe di superlusso che puoi portare ovunque senza sfigurare e non ti impegnano come un'amante.
Allora uno si fa un'altra domanda davvero terra-terra. Se il tizio è così ricco, come può avere bisogno di pagare qualcuno per viaggiare con lui? Gli mancano amiche d'infanzia, di golf o di bridge a cui offrire un viaggio vacanza?
E se queste donne sono così dotate, cioè colte, brillanti e spesso persino avvenenti, com'è che non hanno trovato di meglio sul mercato?
Comunque sia una cosa è certa: il pezzo di carta aiuta e una laurea è sempre una laurea. Oggi o domani un concorso, te la ritrovi. E se sei stanca di viaggiare con tipi troppo ricchi e dunque noiosi e tristi, se sei stanca dei ristoranti più chic, se sei stanca di frequentare i posti più esclusivi, puoi sempre metterti a dare lezioni private.
 
 
 
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 24/03/2008 23:44 | Link | commenti (27)
commenti (27)(popup) | categoria:madonne e madonnari

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