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Esegeta del dubbio e dell'ovvietà,cazzara mistica, paladina delle cause perse, perditempo a tempo pieno, esperta di giri a vuoto e percorsi mentali senza via d'uscita.


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26/06/2008
Estate tempo di repliche in Tv. E io replico un post nel blog: il primo, col quale mi sono affacciata nel mondo di Splinder più di un anno fa.
 
A me m'ha rovinato la religione. Da quando mia madre incinta di me sognò la madonna che le annunciava la nascita di una femmina, la sottoscritta. Magari se non me lo avesse raccontato sarei cresciuta come tutte le bambine che giocano con le bambole e invece io  mi divertivo a stare in chiesa ad annusare il profumo dei fiori sull'altare e quello della cera delle candele. A dieci anni decisi che da grande avrei fatto il prete. Perchè mi sembrava un mestiere importante. Intanto la domenica si vestita con quei mantelli di broccato e oro  e poi comandava tutti, anche il sindaco del paese, e bastava che dicesse seduti e la gente si sedeva, in piedi e tutti si alzavano, in ginocchio e tutti giù per terra. Ma il momento più bello era quando saliva sul balconcino dentro la chiesa e da lì ne diceva di cotte e di crude. Io non ci capivo niente ma da come la gente lo guardava e faceva di si con la testa capivo che aveva ragione a gridare e a gesticolare. Pentitevi, pentitevi finchè siete in tempo o le fiamme dell'inferno vi bruceranno per sempre. E qui era troppo forte perchè mica diceva pentitevi sennò vi ammazzo di botte, come diceva mia madre quando facevo le mie solite monellerie, no. Tirava fuori il fuoco dell'inferno e tutti si facevano la croce con la mano e poi se la baciavano. Certo la storia del fuoco non piaceva nemmeno a me, anzi se la devo dire proprio tutta, mi sentivo male al solo pensarci. Però se mi facevo prete non sarei mai bruciata.  Una cosa che mi faceva proprio impazzire era quella che il prete in gran segreto si faceva raccontare  le porcherie che la gente combinava. Si infilava dentro una cabina con la persona e ciu  ciu ciu quella gli raccontava tutto della sua vita. Tutto il paese si confidava con lui, anche il sindaco e il maresciallo dei carabinieri e pure l'onorevole che stava sempre a Roma, ma la domenica veniva e gli raccontava i c...i suoi. Mi ci vedevo proprio dentro la cabina a sentire cosa mi avrebbe raccontato quella smorfiosa di Laura che a scuola non mi voleva fare copiare il compito di matematica. Poi mi dissero che non potevo fare il prete perchè ero femmina, al massimo mi sarei potuta fare suora. Ma anche per fare la suora dovevo avere la vocazione. La vocazione? E che è? E' la voce del signore che ti chiama, mi disse una volta la zia zitella che stava in casa con noi, e quando la sentirai per te esisterà solo lui. Così aspettavo e passavano i giorni ma non mi chiamava nessuno. Certe volte me ne stavo chiusa in silenzio nella mia stanza per cercare di sentirla e finiva che mi chiamava solo la mamma. Mi sa però che la zia non me l'aveva raccontata giusta e mi aveva detto una grossa balla. Per farla breve io questa vocazione non so cos'è.  Però ora ho cambiato idea e non voglio più fare il prete. Ormai sono grande e mi sono accorta che essere prete non è poi tutta 'sta gran cosa. Ora voglio fare il papa... tanto di tempo ne ho prima di diventare vecchia.
Diffidare dalle imitazioni...
 

pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 26/06/2008 17:03 | Link | commenti (19)
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15/06/2008

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Un orologio che si ferma può fermare il tempo?
No, ma il tempo può fermare un orologio.
Invece nell’equazione della vita la “fermata” trascende il tempo, trascende la  ragione, trascende l’essere umano stesso.
Non so se le tappe fondamentali dell’esistenza siano scritte da qualche parte
 – nelle stelle, nell’universo o nell’affascinante DNA - ma credo che ognuno di noi abbia il suo tempo segnato sul codice a barre della vita che però nessuno sa leggere. Neppure il tempo.
La fine di una vita, come l’inizio, è un uscio indolore che ci permette di tornare nei Territori arcani da cui siamo venuti.
Mi piace pensare che sia così e mi concilia in qualche modo con la terrificante  idea della fine.
Il dolore invece è in chi non varca la soglia, in chi rimane al di qua del mistero  a misurare la distanza di un vuoto e lentamente si accorge che la vera sofferenza si misura con ciò che ha perduto.
Non ci sono parole magiche capaci di consolare perché  il dolore in questo caso è così perfetto da bastare a se stesso.
Mentre i ricordi riaffiorano e si incatenano come i grani del rosario fra le dita, così ogni cosa si ricollega a ogni altra in un infinito rimando. Perché chi è andato via rimane cristallizzato per sempre nella mente e nel cuore di chi lo ama.
Non è concesso altro.
Si può solo cercare di resistere fino all’alba di un nuovo giorno.
 
 
 
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 15/06/2008 19:39 | Link | commenti (23)
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13/06/2008

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Nel suo libro "The death of feminism" l'americana Phyllis Chesler che è professora emerita di psicologia e women's studies, racconta come sia difficile imporre un sobrio stile di lavoro ai suoi studenti. I quali tendono a comportarsi come spettatori di uno show, applaudendo o dissentendo rumorosamente.
 
"Hanno bisogno di un feedback immediato, di stimoli e di approvazione. E invece imparare a pensare, a difendere o cambiare la propria opinione, richiede continuità, solitudine, silenzio e autostima."
C'è gente che si sente vera e in vita solo nell'istante in cui la telecamera la inquadra. Disposti a dichiararsi assassini della propria madre, labbra siliconate di fresco, pur di guadagnare per un momento l'obbiettivo.
Veri eroi quei professori che riescono a far capire ai ragazzi che i tempi dello studio non sono quelli di un telequiz. Che dalla dialettica tra essere e non essere non si esce scegliendo la busta 1, 2 o 3.
Starsene fuori campo e in silenzio, parlare solo se c'è davvero qualcosa che urge essere detto, sapere che ciò che è vero ha luce propria e non ha bisogno di riflettori: è questo oggi il vero privilegio.
 
 
 
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 13/06/2008 20:37 | Link | commenti (16)
commenti (16)(popup) | categoria:non di solo pane

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