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Esegeta del dubbio e dell'ovvietà,cazzara mistica, paladina delle cause perse, perditempo a tempo pieno, esperta di giri a vuoto e percorsi mentali senza via d'uscita.


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15/09/2008

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Vado tra le superbe genti a ritemprar lo core e lo spirto mio.

Per qualche tempo questo blog rimarrà inattivo causa assenza della sottoscritta. Lascio socchiusa la porta per chi avrà buon cuore di dare una spolverata ogni tanto. In compenso ho messo del buon vino in fresco che siete autorizzati a bere purchè vi ricordiate di lavare i bicchieri prima di uscire.

Se vi capiterà di vedere un verme con libro incorportato strisciare tra i Caruggi o dalle parti di Piazza De Ferrari, non schiacciatelo: sono io.

A presto

pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 15/09/2008 19:59 | Link | commenti (27)
commenti (27)(popup) | categoria:non di solo pane
06/09/2008

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Prima hanno cominciato a farle in modo strano: senza spalliera, con cubi di cemento e forme astruse. Poi qualche anno fa hanno cominciato a toglierle. Plaf. Via le panchine da Padova e Treviso, via pure da Trieste, dove per fortuna la cittadinanza ha protestato.
Le panchine, infatti, hanno il vizio di accogliere extracomunitari e barboni, poveri e drogati, il che è sembrato disdicevole e indecoroso ai sindaci del Nordest, che hanno pensato di troncare (con la sega) il problema alla base.
A parte l’ottuso razzismo, è vero però che la panchina appartiene ormai al mondo dei sogni, tra cinema e letteratura.
Oggi se ti siedi da solo sulla panchina di un parco e non sei anziano, in gravidanza o con passeggino al seguito, sei guardato con sospetto e allarme sociale. Può forse un cittadino normale avere il tempo di oziare su una panchina? Giammai, deve essere certamente uno spacciatore, un pedofilo o un debosciato. Bene che vada uno sfaccendato, disoccupato, forse etilista.
In tempi fatti di corsa e di mail, stare in panchina è un lusso da stravaganti. Ti senti guardato, giudicato.
Sarà per questo che quando siamo in viaggio, protetti dall’anonimato, ci sediamo in tutte le panchine che incontriamo? E’ un piacere ineffabile e raro. Guardare il mondo, una collina o la folla come uno spettacolo unico e irripetibile, in scena solo per te. Sarà per questo che la panchina è tanto cara agli artisti, ai poeti e agli innamorati di ogni città. Perché la panchina è una soglia magica, un lembo al confine fra il tempo tuo e quello degli altri, il tempo ozioso e quello produttivo, il ritmo della mente e quello dell’orologio.
E si capisce perché nelle città dove tutto è in vendita, tutto è monetizzato, la panchina dà fastidio: è gratuita, non costa niente.
Vuoi contemplare una piazza, una spiaggia? Siediti al bar e paga la tua consumazione al tavolino, e se non hai fame né sete, pazienza, l’importante è che paghi il tuo diritto a guardare.
Per questo la panchina è un residuo della città che sparisce, la città spodestata dai centri commerciali. La nostra città inospitale e temibile perché violenta e degradata.
Della panchina come simbolo di un mondo liquido e trasognato ci parla Woody Allen nel suo intramontabile Manhattan. E’ lì, con Diane Keaton, sulla panchina di Sutton Place che aspetta l’alba sotto Queensborough Bridge.
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 06/09/2008 21:34 | Link | commenti (22)
commenti (22)(popup) | categoria:visioni di un verme solitario
01/09/2008

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Comprare per buttare, buttare per ricomprare e far posto a nuovi acquisti con regolare turnazione. Con una mano butti il cappello vecchio ma ancora nuovo, e con l’altra ne compri uno nuovo ma usato. Al mercatino, perché il vintage è trendy.
Ci sarà un motivo se in Italia produciamo 31 milioni di tonnellate all’anno di spazzatura. Non spam, cioè immondizia virtuale ma spazzatura vera, maleodorante e pericolosa.
Produciamo, compriamo e rifiutiamo più di quello che consumiamo. Troppe scarpe e troppi vestiti, ma anche troppi alimenti. Troppo cibo in frigo, che inevitabilmente scade o non trova posto in tavola per ovvi motivi di sovrabbondanza, troppo cibo buttato nei supermercati, tranne nei rari casi in cui è raccolto – prossimo alla scadenza - dal Banco alimentare per i bisognosi. Troppo cibo nei ristoranti, stessa destinazione: i cassonetti.
Compriamo per automatismo, senza bisogno e senza desiderio e sostituiamo per inerzia, perché così vuole il mercato. Un’auto è vecchia dopo tre anni e il cellulare dopo un anno è superato, e pazienza se funziona ancora bene. Anche se regali un libro lo scegli fra i nuovi arrivi, perché se è un bel libro ma è uscito l’anno scorso, che figura fai?
La categoria del nuovo è sempre vincente. Alla prova supermercato, si sa che il cliente dovendo scegliere fra il solito ottimo detersivo e la Nuova Formula sceglie l’ultimo modello, e anche i biscotti, che pure finiscono nello stomaco e non in lavatrice, periodicamente si travestono da nuovi dove basta la dizione “I nuovi taralli del Violino Bianco”, senza alcuna precisazione sulla presunta nuova ricetta, a incantare il consumatore.
Poi, naturalmente metti tutto nel sacco di plastica, che per autodistruggersi ha bisogno di mille anni, e vai a casa, dove svuotando i sacchi della spesa riempi quello della spazzatura prima ancora di riempire il frigo.
Gli imballi, la carta, il cartone, il cellophane e le inutili confezioni e vassoi che contengono detersivi e cibi, già da soli riempiono infatti il cesto dell’immondizia, che dunque paghi due volte: prima alla cassa del supermercato e poi al Comune per il servizio spazzatura.
Aggiungi il costo per il riciclaggio (quando per fortuna si fa) e della distruzione, somma il danno per la natura ed ecco la nostra condizione. Sperperatori ottusi e coatti, inclini all’autolesionismo.
 
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 01/09/2008 18:46 | Link | commenti (16)
commenti (16)(popup) | categoria:il tarlo del verme

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