
Prima hanno cominciato a farle in modo strano: senza spalliera, con cubi di cemento e forme astruse. Poi qualche anno fa hanno cominciato a toglierle. Plaf. Via le panchine da Padova e Treviso, via pure da Trieste, dove per fortuna la cittadinanza ha protestato.
Le panchine, infatti, hanno il vizio di accogliere extracomunitari e barboni, poveri e drogati, il che è sembrato disdicevole e indecoroso ai sindaci del Nordest, che hanno pensato di troncare (con la sega) il problema alla base.
A parte l’ottuso razzismo, è vero però che la panchina appartiene ormai al mondo dei sogni, tra cinema e letteratura.
Oggi se ti siedi da solo sulla panchina di un parco e non sei anziano, in gravidanza o con passeggino al seguito, sei guardato con sospetto e allarme sociale. Può forse un cittadino normale avere il tempo di oziare su una panchina? Giammai, deve essere certamente uno spacciatore, un pedofilo o un debosciato. Bene che vada uno sfaccendato, disoccupato, forse etilista.
In tempi fatti di corsa e di mail, stare in panchina è un lusso da stravaganti. Ti senti guardato, giudicato.
Sarà per questo che quando siamo in viaggio, protetti dall’anonimato, ci sediamo in tutte le panchine che incontriamo? E’ un piacere ineffabile e raro. Guardare il mondo, una collina o la folla come uno spettacolo unico e irripetibile, in scena solo per te. Sarà per questo che la panchina è tanto cara agli artisti, ai poeti e agli innamorati di ogni città. Perché la panchina è una soglia magica, un lembo al confine fra il tempo tuo e quello degli altri, il tempo ozioso e quello produttivo, il ritmo della mente e quello dell’orologio.
E si capisce perché nelle città dove tutto è in vendita, tutto è monetizzato, la panchina dà fastidio: è gratuita, non costa niente.
Vuoi contemplare una piazza, una spiaggia? Siediti al bar e paga la tua consumazione al tavolino, e se non hai fame né sete, pazienza, l’importante è che paghi il tuo diritto a guardare.
Per questo la panchina è un residuo della città che sparisce, la città spodestata dai centri commerciali. La nostra città inospitale e temibile perché violenta e degradata.
Della panchina come simbolo di un mondo liquido e trasognato ci parla Woody Allen nel suo intramontabile Manhattan. E’ lì, con Diane Keaton, sulla panchina di Sutton Place che aspetta l’alba sotto Queensborough Bridge.