
( Jacques-Louis David, La morte di Socrate, )
Non ce l'ho con Edoardo Camurri di professione giovane filosofo di Torino, ma quando nella seconda pagina del suo libro "L'Italia dei miei stivali" (Rizzoli), egli scrive discettando d'Amor: "dopo la cena, i miei compagni si sono messi a guardare la televisione. La scelta, con risolini starnazzanti, è finita su un programma che mostrava: 1) tecniche per il petting; 2) come fare un pompino con il risucchio; 3) come masturbare una donna e regalarle un orgasmo strepitoso in meno di due minuti", provo un poco di nostalgia per tutta la scuola torinese, per Bobbio, perfino per Vattimo, e mi piglia un poco di perplessità che un tale pensatore frequenti le pagine del domenicale del Sole-24Ore, nelle quali un tempo la filosofia trovava ampi e autorevoli spazi. Che se non fosse "giovane e brillante filosofo", così lo definisce in quarta di copertina Aldo Grasso (ma anche i critici Tv prendono abbagli), Camurri sarebbe simpatico, lui che oltre ad essere filosofo, collabora anche al Foglio, pure a Vanity Fair, e ha condotto su La7, Omnibus Estate e Omnibus Weekend. Insomma, non è per essere criticona che mi dolgo; che se Camurri dicesse di sé "presentatore", "giornalista", "scrittore", lo amerei come mio primo vate, ma a dir di sé "filosofo" ci vuole fegato, e non basta, per salvarsi, citare qua e là Schopenhauer, o dire "il filosofo è superato dall'intellettuale, diventa intellettuale e, in quanto intellettuale, è uguale a tutti gli altri che sono intellettuali". Volendo farla spicciola, non sto dicendo niente di che, sto solo ancora rispolverando una parolina cha fa così: vanità. Certo, a volerla fare spicciola potrei affermare che proprio la "vanità" acceca i presentatori, i giornalisti, gli scrittori, perfino i giovani filosofi torinesi, ma a non volerla fare spicciola mi preme sottolineare che no, caro Camurri, filosofo dell'Italia dei miei stivali, non tutti gli intellettuali sono uguali, non tutti i filosofi sono uguali, perché alcuni usano l'intelletto, altri ne abusano.