Venezia: ore 10 di un giorno qualunque di un inverno qualunque di un anno qualunque
Da piazzale Roma già si capisce che la città è avvolta da un velo bianco che rende di latte persino la laguna.
Appuntite goccioline d'acqua sospese nell'aria spilleggiano il viso mentre il vaporetto per Piazza San Marco scivola fluido sull'acqua.
Paesaggio spettrale intorno che evoca un brusìo di vite passate: gondole laccate di nero con fregi in oro che trasportano dame sospirose di noia, sprofondate in balle di crinoline e pizzi (chissà dove vanno così imbellettate di prima mattina); popolane che ciacolano tra loro da una finestra all'altra... Toh, a un bambino è caduta la palla di pezza in laguna e si sporge a guardare il mucchietto di stracci arrotolati che sprofonda lentamente insieme al suo sorriso. Spettri di energia insinuati tra le crepe di quei mattoni rosicchiati dalla salsedine.
Lo scenario di Piazza San Marco è maestoso e ogni volta toglie il fiato.
Dopo la corrosione implacabile che il tempo ha operato sulle facciate di molti palazzi, qui se ne celebra l'impotenza. Sotto ogni cielo, luce e colori la piazza incanta e affascina tanto la folla degli stranieri che il visitatore occasionale come me.
Ma oggi, tra il bianco delle pietre e il grigio dei piccioni, balugina una piccola stele color oro. Via via che la distanza tra me e lei si restringe, riesco a mettere a fuoco la forma immobile. Ravviso una testa di sfinge (o di faraone?) in un corpo irregolarmente conico.
Rimasuglio della Biennale, mi dico, una delle tante stranezze che lascia attoniti i visitatori. Una "cosa" che sa molto di kitch e poco d'arte. Epperò... eppur si muove! Qualcuno ha lasciato tintinnare una monetina ai suoi piedi e la testa si è appena genuflessa. Lo stupore si blocca a mezz'aria nel ricciolo di vapore che esce dalla mia bocca come un fumetto senza didascalia. Dalla parte opposta della piazza un gruppo di persone fotografa una statua bianca, altri la osservano con volto pensieroso. Decisamente la giornata delle meraviglie.
Lascio la sfinge e mi avvicino alla "cosa 2". Ora potrei toccarla, sfiorarla con le dita ma resto inchiodata come lei.
Realizzo che le "cose" sono persone... e tanto ci voleva, mi dico. Ma ciò che in questo momento mi sconcerta è l'attenzione della gente, compresa la mia. Piazza San Marco, immobile nei suoi secoli di storia, sembra solamente la quinta di un palcoscenico dove le due statue umane sono muti attori di una commedia ancora da scrivere.
Attori rinchiusi nell'immobilismo di una statua. Non un battito di ciglia nel candore del volto, non un cedimento impercettibile del corpo. Si percepisce un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio.
Mi viene in mente "La dolce indifferenza dell'attimo - Elogio della lentezza" di Owe Wikstrom e il "quando?" che è la domanda percorrente di tutto il libro.
Quando ci si deve fermare per pensare alle cose che davvero contano nella vita?
Quanta forza interiore si può esprimere nella lentezza, abituati come siamo all'accelerazione frenetica che azzera le distanzi spaziali?
Sarà per questo che rimaniamo sconcertati a osservare le statue umane: in fondo è sempre l'uomo che stupisce l'uomo.
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 21/11/2008 22:31 | Link | commenti (15)
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