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Esegeta del dubbio e dell'ovvietà,cazzara mistica, paladina delle cause perse, perditempo a tempo pieno, esperta di giri a vuoto e percorsi mentali senza via d'uscita.


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12/03/2009

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http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/i-laureati-pagano-la-recessione-gi-le-richieste-delle-imprese/3589488

Qual è l'intelligenza richiesta oggi dal mercato?

La valutazione, e dunque il peso economico dell'intelligenza, è certamente legata al suo valore d'uso, cioè al bisogno del mercato. Se ieri, diciamo negli anni '80-'90, in pieno boom del (discutibile) mito del manager, le doti richieste sul mercato erano grintosità, spregiudicatezza, decisionalità e resistenza allo stress, in anni recenti sono emersi sul campo ben altri standard dell'intelligenza.

Ricordate il valore assunto all'improvviso nel curriculum, appena dieci anni fa, dalla conoscenza web? Esplodeva la tecnologia e ovviamente servivano nuove competenze: l'intelligenza informatica. A poco a poco, visto che con i computer abbiamo preso tutti confidenza, si è creato un bisogno diverso, diciamo di nuova umanità.

Per bilanciare il pericolo di professionisti troppo rigidi e computerizzati, dalla mente troppo schematica e bipolare, i guru aziendali hanno trovato una soluzione nuovissima, cioè la più antica: la filosofia. Come scardinare, si sono detti, il dualismo tipico del web e il relativo pensiero bipolare che governa ogni opzione sul web? Come inoculare nel manager macchinizzato il germe sano del dubbio, del forse, della ricerca sulla terza via?

E' nata così la mitografia del pensiero trasversale, quello che taglia le categorie a metà e le attraversa e scavalca in modo nuovo. E' nata così, appunto, la (ri)scoperta della filosofia, in omaggio alla quale interi stuoli di dipendenti sbigottiti e inermi sono stati sottoposti per mesi a terapie cruente a base di Socrate e Platone, nonchè a iniezioni virtuali della metafisica Kantiana e del diritto secondo Hobbes. Il tutto a garantire un uso terapeutico della filosofia con benefiche ricadute sul rendimento. Contro il pericolo della disumanizzazione intellettiva è stato riedificato il valore dell'intelligenza umanistica, capace - secondo i suoi lodevoli sostenitori - di consentire un approccio più aperto e profondo persino ai probemi più tecnici e scientifici.

Perchè poi, nonostante questo, i laureati in Lettere e Filosofia restino più  a lungo degli altri precari e disoccupati è però sempre un mistero.

pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 12/03/2009 23:04 | Link | commenti (17)
commenti (17)(popup) | categoria:il tarlo del verme
21/11/2008

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Venezia: ore 10 di un giorno qualunque di un inverno qualunque di un anno qualunque
 
Da piazzale Roma già si capisce che la città è avvolta da un velo bianco che rende di latte persino la laguna.
Appuntite goccioline d'acqua sospese nell'aria spilleggiano il viso mentre il vaporetto per Piazza San Marco scivola fluido sull'acqua.
Paesaggio spettrale intorno che evoca un brusìo di vite passate: gondole laccate di nero con fregi in oro che trasportano dame sospirose di noia, sprofondate in balle di crinoline e pizzi (chissà dove vanno così imbellettate di prima mattina); popolane che ciacolano tra loro da una finestra all'altra... Toh, a un bambino è caduta la palla di pezza in laguna  e si sporge a guardare il mucchietto di stracci arrotolati che sprofonda lentamente insieme al suo sorriso. Spettri di energia insinuati tra le crepe di quei mattoni rosicchiati dalla salsedine.
Lo scenario di Piazza San Marco è maestoso e ogni volta toglie il fiato.
Dopo la corrosione implacabile che il tempo ha operato sulle facciate di molti palazzi, qui se ne celebra l'impotenza. Sotto ogni cielo, luce e colori la piazza incanta e affascina tanto la folla degli stranieri che il visitatore occasionale come me.
Ma oggi, tra il bianco delle pietre e il grigio dei piccioni, balugina una piccola stele color oro. Via via che la distanza tra me e lei si restringe, riesco a mettere a fuoco la forma immobile. Ravviso una testa di sfinge (o di faraone?) in un corpo irregolarmente conico. 
Rimasuglio della Biennale, mi dico, una delle tante stranezze che lascia attoniti i visitatori. Una "cosa" che sa molto di kitch e poco d'arte. Epperò... eppur si muove! Qualcuno ha lasciato tintinnare una monetina ai suoi piedi e la testa si è appena genuflessa. Lo stupore si blocca a mezz'aria nel ricciolo di vapore che esce dalla mia bocca come un fumetto senza didascalia. Dalla parte opposta della piazza un gruppo di persone fotografa una statua bianca, altri la osservano con volto pensieroso. Decisamente la giornata delle meraviglie.
Lascio la sfinge e mi avvicino alla "cosa 2". Ora potrei toccarla, sfiorarla con le dita ma resto inchiodata come lei.
Realizzo che le "cose" sono persone... e tanto ci voleva, mi dico. Ma ciò che in questo momento mi sconcerta è l'attenzione della gente, compresa la mia. Piazza San Marco, immobile nei suoi secoli di storia, sembra solamente la quinta di un palcoscenico dove le due statue umane sono muti attori di una commedia ancora da scrivere.
Attori rinchiusi nell'immobilismo di una statua. Non un battito di ciglia nel candore del volto, non un cedimento  impercettibile del corpo. Si percepisce un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. 
Mi viene in mente "La dolce indifferenza dell'attimo - Elogio della lentezza" di Owe Wikstrom e il "quando?" che è la domanda percorrente di tutto il libro.
Quando ci si deve fermare per pensare alle cose che davvero contano nella vita?
Quanta forza interiore si può esprimere nella lentezza, abituati come siamo all'accelerazione frenetica che azzera le distanzi spaziali?
Sarà per questo che rimaniamo sconcertati a osservare le statue umane: in fondo è sempre l'uomo che stupisce l'uomo.
 
 
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 21/11/2008 22:31 | Link | commenti (15)
commenti (15)(popup) | categoria:il tarlo del verme
01/09/2008

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Comprare per buttare, buttare per ricomprare e far posto a nuovi acquisti con regolare turnazione. Con una mano butti il cappello vecchio ma ancora nuovo, e con l’altra ne compri uno nuovo ma usato. Al mercatino, perché il vintage è trendy.
Ci sarà un motivo se in Italia produciamo 31 milioni di tonnellate all’anno di spazzatura. Non spam, cioè immondizia virtuale ma spazzatura vera, maleodorante e pericolosa.
Produciamo, compriamo e rifiutiamo più di quello che consumiamo. Troppe scarpe e troppi vestiti, ma anche troppi alimenti. Troppo cibo in frigo, che inevitabilmente scade o non trova posto in tavola per ovvi motivi di sovrabbondanza, troppo cibo buttato nei supermercati, tranne nei rari casi in cui è raccolto – prossimo alla scadenza - dal Banco alimentare per i bisognosi. Troppo cibo nei ristoranti, stessa destinazione: i cassonetti.
Compriamo per automatismo, senza bisogno e senza desiderio e sostituiamo per inerzia, perché così vuole il mercato. Un’auto è vecchia dopo tre anni e il cellulare dopo un anno è superato, e pazienza se funziona ancora bene. Anche se regali un libro lo scegli fra i nuovi arrivi, perché se è un bel libro ma è uscito l’anno scorso, che figura fai?
La categoria del nuovo è sempre vincente. Alla prova supermercato, si sa che il cliente dovendo scegliere fra il solito ottimo detersivo e la Nuova Formula sceglie l’ultimo modello, e anche i biscotti, che pure finiscono nello stomaco e non in lavatrice, periodicamente si travestono da nuovi dove basta la dizione “I nuovi taralli del Violino Bianco”, senza alcuna precisazione sulla presunta nuova ricetta, a incantare il consumatore.
Poi, naturalmente metti tutto nel sacco di plastica, che per autodistruggersi ha bisogno di mille anni, e vai a casa, dove svuotando i sacchi della spesa riempi quello della spazzatura prima ancora di riempire il frigo.
Gli imballi, la carta, il cartone, il cellophane e le inutili confezioni e vassoi che contengono detersivi e cibi, già da soli riempiono infatti il cesto dell’immondizia, che dunque paghi due volte: prima alla cassa del supermercato e poi al Comune per il servizio spazzatura.
Aggiungi il costo per il riciclaggio (quando per fortuna si fa) e della distruzione, somma il danno per la natura ed ecco la nostra condizione. Sperperatori ottusi e coatti, inclini all’autolesionismo.
 
pensato scritto e benedetto da: chirieleison alle ore 01/09/2008 18:46 | Link | commenti (16)
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